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10° racconto · I miei racconti8 minuti di lettura

QUESTI FANTASMI

Paesino arroccato

Foto di Giovanni NEGRO

In questo racconto (3)

La rivoluzione del DNA: quando la scienza svela l'equivoco

Se l’enologia italiana avesse una mappa del tesoro, la Basilicata e le aree limitrofe del Cilento ne rappresenterebbero il riquadro più affascinante e meno esplorato. Per oltre un secolo, ampelografi e viticoltori hanno convissuto con veri e propri equivoci storici. Grazie alla moderna genetica molecolare, vitigni considerati per generazioni semplici varianti o cloni di altre uve hanno finalmente ritrovato la propria identità e una collocazione ufficiale. Un viaggio tra le valli della Lucania e del Cilento, dove un «fantasma viticolo» declassato per decenni dalla burocrazia svela oggi una verità scientifica inaspettata: non è un parente dell'Aglianico, ma un antico vitigno autonomo capace di sfidare il clima che cambia. Per generazioni, tra i filari arrampicati lungo i rilievi interni, i vignaioli si sono tramandati una certezza incrollabile: l’Aglianicone altro non era se non un «Aglianico grande», una variante generosa, un parente povero o un clone dolce del celebre «Re del Sud». Un’illusione dettata dall'assonanza del nome che, negli anni ’70, spinse le commissioni burocratiche ad archiviarlo come semplice sinonimo o doppione, relegandolo ai margini dei disciplinari ufficiali. Nemmeno l'inclusione della tipologia all'interno della DOC Castel San Lorenzo nel 1991 era riuscita a dissipare la nebbia: l'Aglianicone esisteva sì sulla carta, ma restava imbrigliato in una presenza puramente formale, tutelato dalla burocrazia locale ma ancora concettualmente schiacciato dall'ombra dell'Aglianico e considerato dai più una sua semplice declinazione territoriale. È servita la moderna profilazione molecolare nei primi anni 2000 per svelare l'inganno. Le analisi del DNA condotte da università e centri di ricerca hanno sfatato il mito genetico, dimostrando la totale assenza di filiazione diretta con l’Aglianico. Solo allora quella presenza nei disciplinari ha trovato il suo vero significato: la burocrazia ne aveva registrato il nome, ma la scienza ne ha finalmente riscattato l'identità.

Il «fantasma» che sfida il clima e la logica

Rispolverare i verbali dell’Inchiesta Agraria Jacini del 1877 ha il sapore delle scoperte d’archivio che cambiano le carte in tavola. Tra le pagine ingiallite firmate dai periti del Regno d’Italia nel Potentino, si legge di un’uva capace di regalare un: «Mosto dolce, di pronta maturazione e di assai facile beva rispetto al duro Aglianico». Una descrizione nitida, che già centocinquant'anni fa tracciava i confini di un’identità precisa. Eppure, a rileggerla oggi, questa testimonianza fa emergere una palese contraddizione. Se l'Aglianicone era un'uva vocata alla dolcezza e alla morbidezza, come può essere diventata, ai giorni nostri, la risposta strategica al riscaldamento globale grazie alla sua «spiccata acidità naturale»? Come fa lo stesso vitigno a essere ricordato come una riserva di zuccheri nel XIX secolo e celebrato come una lama di freschezza nel XXI? Per sbrogliare l’enigma occorre immergersi nel contesto dell’epoca, nei tempi di maturazione e nelle trasformazioni climatiche che hanno ridefinito la vendemmia:

Il nodo linguistico e sensoriale: Quando i periti sabaudi del 1877 definivano l’Aglianicone «dolce e beverino», usavano un termine di paragone estremo. All’epoca, l’Aglianico veniva vinificato con tecniche rudimentali, macerazioni lunghissime e la presenza massiccia di raspi. Il risultato era un vino spigoloso, carico di tannini aggressivi e un’acidità spietata. In quel panorama di «mostri» tannici, un’uva a maturazione più rapida e con buccia più sottile appariva al palato come una benedizione di morbidezza. Non perché mancasse di acidità, ma perché i suoi tannini non «allappavano» la bocca.

Il vantaggio climatico della precocità: L’Aglianicone matura con circa due o tre settimane di anticipo rispetto all'Aglianico. Nell'Ottocento, maturare a fine settembre significava accumulare il giusto grado zuccherino prima dell'arrivo del freddo e delle piogge autunnali. Nell'era delle estati torride, questa precocità rappresenta una garanzia di equilibrio: permette di vendemmiare prima che il calore ustioni i grappoli e svuoti l'uva della sua freschezza.

L’assemblaggio del futuro: un’alleanza d’adattamento tra passato e presente

Sebbene divisi dalla genetica, Aglianico e Aglianicone rivelano una straordinaria e speculare complementarità enologica, che trova proprio nell'era del riscaldamento globale la sua consacrazione più attuale. La riprova che questa unione non sia un artificio moderno ma una pratica radicata nel territorio risiede proprio nel disciplinare della DOC Castel San Lorenzo: nella tipologia Castel San Lorenzo Rosso, la norma codifica espressamente la presenza congiunta dell'Aglianico (dal 60% all'80%) e dell'Aglianicone (dal 20% al 30%). Un matrimonio enologico nato originariamente per ammorbidire le durezze del «Re del Sud», ma che oggi acquisisce un valore agronomico del tutto nuovo di fronte all'emergenza climatica. Durante le notti afose, la vite soffre lo stress termico e «brucia» l'acido malico — il carburante rinfrescante del sorso. L'Aglianicone, maturando in anticipo, permette di mettere in salvo questa riserva acida. Integrato nell'Aglianico, agisce come una «correzione naturale»: modera l'impatto alcolico, apporta una lama di freschezza, smussa i tannini senza alterare la spina dorsale e la capacità di invecchiamento del grande rosso mediterraneo, bouquet ampio, fresco e complesso. L'assemblaggio codificato dalla DOC Castel San Lorenzo non è dunque soltanto un retaggio della tradizione, ma un modello per i rossi del XXI secolo: un'alleanza capace di coniugare longevità, eleganza e rispondenza alle sfide del clima che cambia. La narrazione dell'Aglianicone come «eroe della resistenza climatica» o «fantasma riscoperto della biodiversità» contiene certamente un pizzico di moderno marketing enologico. Ma dietro lo storytelling si cela una verità agronomica concreta: l'Aglianicone non è più solo una citazione formale in un disciplinare o un'affascinante scoperta dell'archeologia ampelografica, ma un tassello chiave per il futuro viticolo del Mezzogiorno.

«In un'epoca in cui il clima impone di riscrivere le regole della viticoltura, il nostro Sud scopre che le risposte più avanzate erano già scritte nel suo passato. I «fantasmi» viticoli riemersi dalle pieghe del tempo e confermati dal DNA non sono semplici curiosità da museo. Sono sentinelle genetiche, testimoni di un’agrobiodiversità che per secoli ha imparato ad adattarsi per sopravvivere. Riscoprirli e tutelarli non significa soltanto rendere giustizia alla storia di una terra meravigliosa e segreta, ma consegnare ai vignaioli di oggi un patrimonio ampelografico prezioso: la consapevolezza che, di fronte al riscaldamento globale, la vera innovazione ha radici antiche.»

La metafora di Eduardo: dare valore all’invisibile

Ci sono case che conservano echi di passi antichi, e ci sono filari che custodiscono la medesima ostinata presenza di ciò che crediamo scomparso. Quando Eduardo De Filippo mise in scena Pasquale Lojacono in Questi fantasmi!, raccontò una verità che va ben oltre il teatro: le cose più autentiche spesso non svaniscono davvero, ma scivolano semplicemente in una penombra dove solo chi sa guardare riesce a riconoscerle. In viticoltura, quel buio si chiama oblio ampelografico o riduzione a puro adempimento burocratico. I suoi fantasmi hanno nomi precisi: Aglianicone e tanti altri vitigni relitto che per anni hanno popolato i disciplinari senza che se ne comprendesse la reale grandezza. Bisogna solo farli emergere e dar loro il giusto significato. Per decenni abbiamo camminato accanto a questi ceppi dimenticati scambiandoli per ombre di altro o, peggio, ignorandoli dietro la facciata di un nome stampato su un registro istituzionale. Eppure erano lì, abbarbicati alla terra con le radici e la pazienza di chi aspetta che qualcuno torni ad affacciarsi al balcone. Recuperare oggi l'Aglianicone non è un puro esercizio scientifico, ma un gesto che ricorda la preparazione del caffè con la cuccumella di Don Pasquale: un rito lento, fatto di cura, rispetto dei tempi e della convinzione profonda che, se hai la pazienza di attendere, ciò che sembrava un fantasma sa ancora regalare un'anima, e un sapore, indimenticabili. Alla fine, la lezione più grande che Eduardo ci consegna attraverso Pasquale Lojacono non riguarda l'esistenza dei fantasmi, ma la nostra capacità di scegliere a cosa attribuire valore. In un mondo viticolo sempre più incline all'omologazione e alla rincorsa del gusto globale, il riscatto dell'Aglianicone rappresenta un atto politico e poetico insieme: la decisione consapevole di trascendere le carte bollate e non lasciar morire ciò che richiede tempo, cura e sensibilità per essere compreso.

Questi vitigni non sono nostalgia di un passato ideale, ma strumenti per costruire un futuro radicato. Non sono spettri che infestano il presente, ma custodi che lo arricchiscono. Versare oggi nel calice un vino nato da queste uve significa fare esattamente ciò che Don Pasquale faceva sul suo balcone: affacciarsi sul mondo, prendersi il tempo di un sorso ponderato e riconoscere che, tra le pieghe della terra e della memoria, la bellezza più autentica è sempre stata lì, viva, pronta a rivelarsi a chiunque abbia ancora il coraggio di credere nell'invisibile.

Nota dell'Autore

Un tributo alla lungimiranza del Cilento e della DOC Castel San Lorenzo Questo lavoro nasce dal profondo rispetto per la storia viticola della Basilicata e del Cilento, e in particolare per la visione di quanti, oltre trent'anni fa, si batterono per il riconoscimento della DOC Castel San Lorenzo. Inserire l'Aglianicone nei disciplinari di tutela nel 1991 fu un atto di autentica polmonare ed eroica lungimiranza territoriale. In anni in cui l'omologazione del gusto spingeva verso i grandi vitigni internazionali, i produttori e i promotori della denominazione ebbero l'intuito pionieristico di proteggere un'uva locale che rischiava l'oblio, affidandosi alla saggezza dei padri e alla tradizione dei filari. Se oggi la genetica molecolare ha potuto svelare che l'Aglianicone non è un biotipo dell'Aglianico, ma un antico vitigno del tutto autonomo ed estremamente moderno per risposta climatica, lo si deve anche a chi ha custodito quelle piante e quel nome nei disciplinari istituzionali. La «rivoluzione del DNA» non smentisce il lavoro del passato, ma lo riscatta e lo consacra: dimostra che chi ha creduto nella DOC Castel San Lorenzo aveva ragione fin dal primo giorno. Questo studio è dedicato a loro, custodi di una biodiversità che oggi parla al futuro dell'enologia mediterranea.

«Mancano volutamente le descrizioni del suo profilo aromatico e sensoriale in questo racconto: abbiamo scelto di lasciarlo avvolto nel mistero. Rivelare i suoi profumi significherebbe rovinare la magia: lasciamo che il suo carattere sia una conquista personale, un'affascinante rivelazione al primo sorso — una mappa da tracciare direttamente con il proprio calice.»

Giovanni NEGRO

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