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Il mosaico enologico della Basilicata: la rinascita del Guarnaccino e la magia dei Cellari

Foto G. Salluzzi, pubblico dominio
Quando si parla di vino in Basilicata, lo sguardo e il pensiero corrono quasi istintivamente al maestoso profilo del Vulture. È un successo meritato, una realtà consolidata che fa da prestigioso biglietto da visita per l'intera regione, capace di fare da volano per l'enologia lucana e da traino per l'economia locale. Se ci si allontana dalle rotte più battute, lo straordinario mosaico enologico lucano rivela realtà meno note eppure ricchissime di fascino: territori isolati, incastonati tra le pieghe della montagna, che attendono solo di essere raccontati. Nel cuore selvaggio del Parco Nazionale del Pollino, dove le aree viticole si fanno marginali e complesse, è in atto una vera e propria rinascita. Guidata dai principi della viticoltura biologica e dalla tutela della biodiversità, la ricerca scientifica ha deciso di scommettere sul recupero degli antichi vitigni autoctoni. Un’operazione che travalica il semplice valore storico per trasformarsi in uno strumento concreto di sostenibilità. Essendosi selezionate naturalmente nel corso dei secoli per adattarsi ai microclimi locali, queste cultivar «minori» custodiscono un'innata tolleranza agli stress termici e un'eccellente resistenza a malattie come peronospora e oidio. Piante sopravvissute al tempo senza l’ausilio della chimica moderna, che oggi si rivelano il pilastro fondamentale per il futuro del settore.
Simbolo emblematico di questa resistenza è il Guarnaccino Nero di Chiaromonte.
A fine Ottocento con l'arrivo devastante della fillossera e successivamente nel secondo dopoguerra con lo spopolamento delle campagne, i viticoltori abbandonarono progressivamente le varietà meno produttive. Il Guarnaccino è sopravvissuto quasi esclusivamente a Chiaromonte, protetto dall'abbraccio delle montagne e dall'isolamento geografico. Salvato dall’estinzione grazie al lavoro sinergico di produttori, istituzioni e università — che ne hanno studiato il DNA fino all'iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà —, questo vitigno a bacca nera è oggi l'emblema di una viticoltura consapevole.
Il terroir nel calice: equilibrio e respiro di montagna
Tra i 700 e gli 800 metri di altitudine, sospesi tra le valli del Sinni e del Serrapotamo, i terreni prevalentemente argillosi di Chiaromonte trattengono l'acqua nei periodi più caldi, rilasciando lentamente i nutrienti ed evitando forti stress idrici. Le pendenze collinari favoriscono il drenaggio, mentre le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte regalano alle uve un profilo aromatico di rara nitidezza.
Alla vista: Rosso rubino intenso con vivaci sfumature viola scuro e un'ottima consistenza.
Al naso: Spiccano aromi di ciliegia, prugna, amarena e frutta secca, arricchiti da erbe aromatiche, sottobosco e note speziate di pepe nero e incenso.
Al palato: Corposo, fresco, sapido e avvolgente, con una trama tannica molto equilibrata, mai aggressiva, e una notevole attitudine all’affinamento.
A tavola: Si sposa magnificamente con i piatti della tradizione lucana, i primi conditi con funghi porcini della valle del Serrapotamo, oppure con la pasta fresca condita con gli ovuli, salumi non troppo stagionati, compagno perfetto di carni bianche al forno e di formaggi mediamente stagionati.

Geologia e memoria ipogea: la custodia dei Cellari
La riscoperta del Guarnaccino si intreccia in modo indissolubile con la geologia locale. Chiaromonte sorge su una matrice di arenaria, argilla e marna risalente al Pliocene: una roccia compatta ma plasmabile, nella quale la comunità ha scavato la propria storia. Per cogliere l'essenza più profonda di questo vino occorre scendere nelle viscere del paese ed esplorare il patrimonio dei cellari, le affascinanti grotte-cantine ipogee. Nate nell'antichità per scopi difensivi, queste cavità hanno trovato in età moderna la loro naturale vocazione: l'affinamento del vino. La roccia garantisce infatti temperatura e umidità costanti durante tutto l'anno, trasformando i cellari in perfetti frigoriferi naturali dove la vinificazione avviene secondo ritmi lenti e protetti. Tutelati oggi come beni di interesse antropologico, i cellari sono i protagonisti di percorsi turistico-culturali e manifestazioni iconiche come le celebri Sagre dei cellari.
Custodire questi vitigni e valorizzare la memoria ipogea di Chiaromonte significa dimostrare come il passato non sia un mero ricordo da conservare, ma la risorsa più vitale per rispondere alle sfide enologiche di domani.
Giovanni NEGRO


